Non ho mai sopportato di gettare via ciò che ha fatto un pezzo di strada con me (e, nel caso delle scarpe, l’espressione non è solo metaforica). Da bambina nascondevo i miei vestitini ormai troppo piccoli, perché la mamma non li desse via. Poterli conservare ed, ogni tanto, guardare, mi consolava un pochino dal dispiacere di non poterli usare più. Ben presto, però, il posto per nascondere le cose, sempre più numerose e sempre più grandi, scarseggiava. Dovetti quindi rassegnarmi ad abbandonarle.
Ma erano oggetti amati, parte del mio mondo, ricchi di ricordi. Ci eravamo divertiti insieme, e meravigliati. Le scarpe, in particolare, mi avevano permesso di esplorare universi, scoprire orizzonti, superare sfide. Come avrei potuto essere così ingrata da disfarmene? Poi lessi un libro, in cui gli oggetti ed i capi di abbigliamento prendevano vita.
Mi piacque molto immaginare l’orgoglio delle camicette di pizzo, la simpatia delle salopette, il desiderio di libertà delle scarpe. Eh già, le scarpe, per vocazione, dovevano desiderare ampi spazi, strade sempre nuove. Una volta dismesse, chiuse in un armadio, o, peggio ancora, nascoste in un angolino buio del ripostiglio, sotto pile di scatole, dovevano di certo soffrire. L’unica era dar loro modo di correre di nuovo, anche se indossate da altri piedi. Potevo quindi regalarle alla sorellina di una compagna di scuola. Le avrebbe portate in qualche posto che non avevano visto con me. Ma la maggior parte delle strade le sarebbero state familiari.
Ci vorrebbe qualcosa di diverso, vorrei qualcosa di più per i miei amati sandaletti di vernice verde mela, quelli scelti da me, al mare, al posto dei noiosi e tristi sandali neri che voleva comprarmi la mamma. Poi, un giorno, ecco l’opportunità perfetta: un grande pacco che la mamma confeziona per spedire in missione. Come risalterà quel verde brillante contro la pelle scura! Quanto sarà felice una bambina del dono. E loro, chissà che emozione alla vista di giraffe e zebre, elefanti e leoni, ippopotami e struzzi!

Gli anni passano, ma certe cose non cambiano. Ho raggiunto gli “anta” ma, almeno dalle mie scarpe, non si direbbe. Oltre ad essere comode, e create sulla forma del piede, in barba ai dettami della moda, devono avere qualcosa di allegro, fantasioso, spiritoso, o inusuale – proprio come i modelli proposti da Altrescarpe. Sono stata tra le prime ad indossare le Crocs in Italia (color fucsia), come pure le Fitflop (bianche con banda rossa) e le Five Fingers. Di Altrescarpe ho acquistato le Caracola rosse, le Roble, ed ora sono in attesa dei coloratissimi sandali Hector.
Ho girato il mondo, facendo respirare alle mie scarpe climi e culture diverse. Ne ho “liberate” in vari paesi europei, in sud e nord America. E da anni ho il piacere di donare nuova vita e nuove prospettive non solo alle mie, ma anche alle altrui calzature (come pure a magliette, pantaloni e all’intero guardaroba) ogni martedì mattina, durante il mio turno al negozietto di ManiTese. Insieme ad altri volontari, rivendo, a prezzi stracciati, abbigliamento in ottimo stato, spesso di firma, libri ed oggettistica varia.
Mi piace questa “fratellanza” in base alla quale i beni di consumo vengono condivisi, usati, vissuti, apprezzati da più persone in una sorta di interscambio universale, in cui nulla è di esclusiva ed eterna proprietà di una persona, ma confini geografici, economici e sociali sono fluidi. Clienti e volontari offrono un variegato panorama di età, professione, credo, origine etnica. Un piccolo assaggio (che mi piace pensare come anteprima) della società che vorrei, in cui le risorse vengono equamente distribuite, dove regnano uguaglianza e solidarietà. Valori che si incarnano ad un secondo livello quando, pagata regolarmente l’IVA, detratto affitto e utenze, il ricavato va a finanziare progetti di cooperazione, sviluppo e sostenibilità nel Nord e nel Sud del mondo.
Da noi, nulla va buttato. Ciò che è irrimediabilmente consumato viene venduto a peso e spesso si trasforma in incredibili creazioni uniche, e lo scambio, ed il viaggio, continua.